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venerdì 8 giugno 2012

La sbucciatura dei piselli

Giosuè deve scapocchiare
una generazione di piselli
Giosuè si prepara a guidare il suo popolo alla conquista della Terra Promessa. Prima, però, il Signore esige un piccolo - ma alquanto doloroso, immagino - pegno collettivo: una bella circoncisione di massa di tutti i maschi israeliti.
Dio ordina a Giosuè (Libro di Giosuè, capitolo 5) di procurarsi un numero congruo di pietre affilate per compiere il rito, che non era più stato celebrato dall'inizio della quarantennale traversata del deserto.
C'è una generazione intera di piselli da scapocchiare: quelli di tutti i maschi nati fuori dall'Egitto. Il rito sulla collina di Aralot si trascina per le lunghe, poi a tutti i circoncisi è concesso "un giorno di riposo nell'accampamento, per lasciar guarire la ferita". Mi pare il minimo sindacale.
Proprio come il lecca-lecca che ti dà il pediatra dopo il vaccino, gli israeliti per la loro stoica resistenza al dolore, da bravi ometti coraggiosi, ricevono in cambio una ricompensa golosa: "il giorno dopo la Pasqua, per la prima volta mangiarono i prodotti di quella terra: pani non lievitati e grano abbrustolito. Da quel giorno, quando per la prima volta mangiarono i frutti della terra, la manna cessò. Così, da allora in poi, gli israeliti cominciarono a cibarsi dei prodotti della terra di Canaan".
L'autore biblico non specifica se tra questi prodotti ci fossero anche i piselli. Sarebbe stato alquanto ironico.

mercoledì 9 novembre 2011

Morsi & Morti

Il morso mortale di un serpente:
niente di meglio contro i capricci
Ma quanto ci mancava Tatadìo? Confesso di essere ormai diventato un fan sfegatato dell'educatrice più severa e violenta della storia dell'umanità. Non appena i suoi figlioli Israeliti fanno i capricci, il Signore li punisce con generosi scapaccioni mortali di qualunque genere: dai fuochi assassini ai terremoti inghiottitori, passando per malattie incurabili e lapidazioni istantanee.
Nel capitolo 21 dei Numeri, finalmente, Tatadìo ritorna ad essere l'assoluta protagonista: un rientro sulle scene in grande stile, che non delude le attese delle sue folte schiere di ammiratori - se vi volete aggiungere, votatela  con un clic sul sondaggio che trovate scorrendo la colonna di destra dello schermo.
Già una volta, nel deserto, gli Israeliti si erano lamentati per la fame, per la sete, e soprattutto per avere ormai la nausea da manna; evidentemente però si sono dimenticati che Tatadìo li aveva castigati infliggendo loro una tremenda indigestione di quaglie. Viene il sospetto che, a furia di punizioni, i superstiti di quell'epoca siano ormai pochissimi, e la nuova generazione non abbia ancora imparato la lezione. Meglio dar loro una rinfrescata.
Il popolo, sconfortato, torna dunque a protestare contro Dio e contro Mosè: "Perché ci avete fatto lasciare l'Egitto? Per farci morire nel deserto? Siamo senza pane e senz'acqua, e ci è ormai venuta la nausea per la manna, un cibo da miseria!".
Troppo frignoni, per i miei gusti: qui ci vuole Tatadìo. Che, puntuale, interviene risoluta e ci sorprende con un castigo davvero originale, da riutilizzare sicuramente quando i nostri bambini si lamentano perché non vogliono gli zucchini come contorno: "Il Signore mandò contro di loro serpenti velenosi, i quali morsero un gran numero d'Israeliti, che morirono".
Indovinate un po'? Funziona subito!
"Il resto del popolo andò da Mosè e gli disse: Abbiamo fatto male a criticare il Signore e a criticare te. Ma tu prega il Signore perché allontani da noi i serpenti".
Eh no, carini, troppo comodo. Meglio che i serpenti restino, tanto perché vi sia chiara la lezione. Nella sua infinita bontà, Tatadìo tuttavia concede ai suoi figlioli di provare solo dolore, senza più morire. "Allora il Signore disse a Mosè: Fa' un serpente di metallo e fissalo in cima a una pertica. Chi sarà morso da un serpente e guarderà quello di metallo, salverà la propria vita!".
Non solo una punizione esemplare, ma addirittura un castigo che stimola l'attività fisica e l'attenzione dei vispi Israeliti: Tatadìo, sei impagabile!

giovedì 22 settembre 2011

Quando ci vuole, ci vuole/2

Mai lamentarsi del rancio,
altrimenti il Generale s'incazza...
Abbiamo appena visto come il Signore - che nelle sue vesti di educatore soprannomino amichevolmente Tatadìo - si sia nuovamente imposto con autorità nel punire i suoi figli israeliti. Che abbiano capito la lezione di non fare più capricci? Ahiloro, pare proprio di no.
Passano pochi giorni, infatti, e il popolo eletto in marcia, istigato da alcuni stranieri di passaggio, trova da ridire sul menu poco vario: "Avessimo almeno un po' di carne! Vi ricordate in Egitto? Senza spendere un soldo avevamo pesce, angurie, meloni, porri, cipolle e aglio! Qui non c'è più niente, e siamo già deperiti. Non si vede altro che manna!".
Ogni recluta sa bene che, durante le ispezioni del Generale, il rancio deve essere sempre e comunque lodato come "ottimo e abbondante per la truppa". Evidentemente, gli israeliti hanno preferito il servizio civile alla naja, e ora ne pagano le inevitabili conseguenze. A nulla vale il tentativo di intercessione del sergente Mosè, che stanco di ricevere accuse, insulti e lamentele arriva ad invocare Dio di ucciderlo: "Non ce la faccio, io da solo, a portare il peso di tutto questo popolo: è troppo per me! Se vuoi proprio trattarmi in questo modo, fammi morire! Allora manifesterai la tua bontà verso di me".
Tatadìo stavolta ha in serbo per il suo popolo capriccioso una sorta di contrappasso dantesco ante litteram: "Avrete carne da mangiare. Ne avrete non soltanto per un giorno o due, oppure per cinque o dieci o venti giorni, ma per un mese intero, finché ne avrete nausea, tanto che vi uscirà dal naso! Così sarete puniti".
Detto fatto, sull'accampamento iniziano a piovere quaglie: "ce n'erano attorno al campo per la distanza di un giorno di cammino in tutte le direzioni, e coprivano il suolo fino a mucchi di circa un metro. Per raccogliere le quaglie il popolo impiegò quel giorno, la notte e tutto il giorno seguente. Chi aveva raccolto meno quaglie di tutti, ne aveva migliaia di chili".
Gli israeliti mangiano più che a sazietà, iniziano anche a fare seccare le quaglie al sole per poterle conservare più a lungo, ma il castigo divino è dietro l'angolo: "Mentre avevano ancora quella carne sotto i denti, prima di finire di masticarla, il Signore si riempì di sdegno contro di loro e li colpì con una terribile epidemia". Credo che il termine tecnico sia "cacarella fulminante". Del resto, la regola di Tatadìo è ormai chiara a tutti e non ammette deroghe: quando ci vuole, ci vuole... (continua)

venerdì 15 aprile 2011

La dieta del carcerato

40 anni a pane e acqua
per gli ebrei nel deserto
Pane e acqua. Nell'immaginario collettivo, è la classica dieta del carcerato in luoghi tipo Alcatraz. E' anche la dieta obbligata per il popolo d'Israele nei suoi quarant'anni di peregrinazioni nel deserto dopo la fuga dall'Egitto.
Dopo l'iniziale entusiasmo per la ritrovata libertà, gli ebrei ben presto devono affrontare i problemi inevitabili quando si è costretti a vagare in un deserto: sete e fame (Esodo, capitolo 16).
Il malumore contro i condottieri Mosè e Aronne monta rapidamente. Dopo tre giorni senz'acqua, la gente comprensibilmente rischia la crisi di nervi arrivando ad un laghetto d'acqua amara e imbevibile nella località di Mara - chiamata così proprio per l'amarezza dell'acqua. Per fortuna, Dio mostra a Mosè un altro 'bastone magico', senz'altro il gadget preferito nel suo 'kit per miracoli' (vedi qui): basta gettarlo nel laghetto, e l'acqua diventa potabile. Il miracolo sarà ripetuto successivamente anche a Massa e Meriba: Mosè, con il suo fidato bastone, farà scaturire l'acqua dalle rocce. Dio darà così al suo popolo un'ulteriore prova della sua potenza, chiudendo il "litigio" con gli israeliti (Massa e Meriba significa appunto "Prova e Litigio").
Dopo un mese e mezzo di deserto, anche la fame si fa sentire terribilmente. Gli ebrei se la prendono di nuovo con Mosè e Aronne e sbottano: "Il Signore poteva farci morire nell'Egitto! Là almeno avevamo una pentola di carne e si poteva mangiare a volontà. Ora voi ci avete portati in questo deserto. Volete far morire di fame tutta questa gente?". Si stava meglio quando si stava peggio, è proprio vero.
Per placare le lamentele, allora, Dio fa piovere all'alba la manna dal cielo, identificata come pane: filamenti con consistenza simile alla brina si posano sul terreno assieme alla rugiada, diventando una specie di zucchero filato duro, che ha il sapore di una focaccina al miele. Ognuno può raccoglierne e mangiarne a sazietà, ma non di più: il giorno successivo, infatti, inevitabilmente la manna marcisce, a meno che non sia venerdì. In quel caso, la razione è doppia e può essere consumata senza che vada a male anche il sabato, per legge giorno di riposo assoluto obbligato e dunque anche con divieto di raccolta-manna.
La manna all'inizio sembra piacere molto agli ebrei. Il problema è che sarà sostanzialmente l'unico loro cibo per quarant'anni di fila (si accenna inizialmente anche ad una razione di carne prevista ogni sera, ma nel testo poi non se ne trovano altri riscontri). Immagino che i sogni ricorrenti degli israeliti in quei lunghi anni fossero popolati ossessivamente da qualunque tipo di companatico. Del resto, non lo dirà anche Gesù che "non di solo pane vive l'uomo"?