Visualizzazione post con etichetta Giosuè. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giosuè. Mostra tutti i post

martedì 30 ottobre 2012

Nonno Giosuè

Giosuè muore vecchio e stanco
Tocca a tutti, prima o poi. Dopo la morte da Padrino di Giacobbe che chiude la Genesi, la morte da cagnolino abbandonato di Aronne descritta nei Numeri, e la morte da licenziato di Mosè negli ultimi capitoli del Deuteronomio, adesso è venuta l'ora di Giosuè: la sua morte, secondo un copione scontato ma ragionevole, chiude il libro a lui intitolato (capitoli 22-24).
Ma che morte è?
Probabilmente la più normale di quelle raccontate finora tra i personaggi principali dell'Antico Testamento.
Giosuè, alla bella età di centodieci anni, non è un superuomo ancora pieno di vigore come il suo predecessore Mosè. E' un nonnetto stanco e debole, che cerca di sistemare le questioni ancora in sospeso prima di lasciarsi cadere nell'eterno - e meritato, direi - riposo: suddivide i territori conquistati tra le varie tribù, congeda i soldati del suo esercito, convoca l'assemblea del popolo israelita per fare pubblicamente testamento.
E proprio come un nonno apprensivo, in questa circostanza, ripete più volte la sua ultima raccomandazione al popolo del Signore, che in sostanza suona così: "Fate i buoni, se potete, altrimenti Quello Là s'incazza...".
Già, Quello Là. Ormai dovremmo avere ben presente il caratterino suscettibile di Tatadìo: "Non sopporta colpe e infedeltà. Se voi lo abbandonerete per seguire altri dèi, egli si metterà contro di voi e vi castigherà! Anche se prima è stato buono con voi, allora vi distruggerà!", è l'ultimo, accorato avvertimento di nonno Giosuè.
Gli israeliti assicurano di avere imparato la lezione, e lui può morire sereno. Aveva già provveduto anche al loculo: "Lo seppellirono nel territorio di sua proprietà a Timnat-Serach, sui monti di Efraim, a nord del monte Gaas".
Si era presentato come un uomo comune, se ne va da uomo comune. O, se preferite, da Nonno Balocco.
Io gli voglio bene.

giovedì 18 ottobre 2012

Toponomastica rivelatrice

La toponomastica israelita
riserva sempre curiose sorprese
Come si è già ampiamente visto, gli Israeliti con i nomi bizzarri ci sapevano fare. Il libro di Giosuè, tra i capitoli 13 e 21, ci regala un ampio repertorio di quella che potrei definire 'toponomastica rivelatrice'. Scorrendo i lunghi elenchi che riportano i nomi di tutte le regioni e le città della Terra Promessa che furono assegnate da Giosuè alle varie tribù d'Israele, infatti, si scoprono molti luoghi che rivelano fin dalla denominazione le caratteristiche peculiari del posto e/o degli abitanti. Per lo meno ad un lettore contemporaneo italiano, cazzaro e frivolo, quale mi fregio di essere.
Ce n'è per tutti i gusti:
- la città dei bugiardi e dei patiti del calcio: Baala.
- la città dai campi sempre pronti per la semina: Arada.
- la città degli oriundi veneti piena di ragazze bonazze e ragazzi stupidotti: Dimona (mona in dialetto veneto indica sia l'organo sessuale femminile - la mona; sia, declinato al maschile, una persona assai sciocca - un mona).
- la città degli omosessuali: Chefar-Ammona (che comprensibilmente si chiedevano cosa farsene della mona suddetta).
- la città dei cinofili: Gat-Chefer (che comprensibilmente non sapevano cosa farsene di un gatto).
- la città delle persone molto ma molto fortunate: Culon.
- la città che ospitò il primo stabilimento della Martini & Rossi: Kina.
- la città piena di ragazze svampite: Sema.
- la città di chi aveva qualche problemuccio di erezione: Astarot.
- la città dei diarroici: Molada.
- la città con gli abitanti dall'intestino facilmente irritabile: Colon (immagino ci fosse un gemellaggio annuale con Molada. Nell'occasione, la coda ai bagni era interminabile...).
- la città dei critici letterari che stroncarono il Pasticciaccio Brutto di Via Merulana: Cazar-Gadda.
- la città degli oriundi lombardi dove ogni allevatore beveva solo quel che mungeva dalle proprie vacche: Eltolad.
- la città degli oriundi giapponesi artisti dell'origami: Karta.
- la città degli oriundi veneti sempre assetati: Gosen (letteralmente ho sete in dialetto veneto).
- la città dove si organizzava il campionato israelita di corse coi sacchi: Iutta.
- la città che ospitava le olimpiadi israelite della matematica: Calcul.
- la città dove si organizzava un concorso per votare il gallo dal piumaggio e dalla cresta più eleganti: Galgala.
- la città con i locali dove si ritrovano a brindare i neo-laureati più brillanti: Lodebar.
- la città ornata da moltissimi alberi col fusto alto, snello e bianco: Betul.
- la città dall'eccellente illuminazione notturna: Luz.
- la città dove si accumulava il grano in alte cisterne: Silo.
- la città dei creativi: Ideala.
- la città dei rigattieri: Rakkat.
- la città in preda alla siccità perenne: Secat.
- la città dove si scommetteva sulle manifestazioni sportive organizzate in tutta la penisola araba: Bet-Araba.
- la città delle scommesse folli: Bet-Pazzez.
- la città fondata dai fan del profeta del calcio-spettacolo: Zenan.
- la città fondata dai fan della bionda ballerina americana Parisi: Eter.
- la città fondata dai fan dal Maestro Bene: Carmelo.
- la città dove tutti erano pronti a raggirarti: En-Gannim.
- la città dove ognuno si faceva i fatti propri: Cazar-Sual.
E direi che, dopo cotante e cotali vaccate, anch'io posso togliere il disturbo e tornarmene un po' lì.

lunedì 15 ottobre 2012

Giosuè il disinfestatore (sponsored by Raid)

Giosuè, disinfestatore superefficiente
A leggere il libro di Giosuè tra i capitoli 11 e 12, pare di scorrere la fattura di una ditta di disinfestazione: prima di chiederti un compenso a cinque zeri (IVA inclusa, beninteso), i superefficienti disinfestatori descrivono per filo e per segno dove e come hanno stecchito le migliaia di insetti che ti impestavano la casa.
Dopo il racconto del massacro dei re amorrei, Giosuè lo sterminatore prosegue con solerzia il proprio lavoro, di città in città. Neanche il tempo di pulire le spade dal sangue.
"Quello stesso giorno Giusuè attaccò la città di Makkeda e la conquistò. Sterminò tutti i gli abitanti e non risparmiò nessuno. Trattò il re di Makkeda come il re di Gerico".
E' l'inizio di una macabra filastrocca che ricorda la Fiera dell'Est di Branduardi; solo che mentre nella canzone chi prima le dà, poi le riceve - il gatto si mangia il topo, ma poi è morso dal cane, che poi è picchiato dal bastone, e così via -, qui a darle di santa ragione è sempre solo lui, Giosuè, e a prenderle senza remissione sono una serie di re, città e abitanti, tutti immancabilmente "sterminati fino all'ultimo", con il re della città successiva - si specifica espressamente - che "viene trattato come il re" della città precedente. E poi non ci si lamenti che la legge non è uguale per tutti.
Dopo Makkeda, in meno di una pagina l'elenco della disinfestazione prosegue con le città di Libna, Lachis, Ghezer, Eglon, Ebron, Debir - che forse, a dirla tutta, meritavano di sparire dalla cartina geografica anche solo per il nome che si erano scelte -, a completare la conquista della Palestina del centro e del sud; poi tocca ai re di Madon, Simron, Acsaf e a tutti loro alleati del nord, che riuniscono i loro eserciti nei pressi del lago Merom.
In questo caso, il Signore si toglie uno sfizio aggiuntivo: "Vedrai che domani a quest'ora saranno un mucchio di cadaveri davanti a voi" - assicura a Giosuè. Quindi precisa: "Poi farai azzoppare i cavalli e bruciare i carri". Così, tanto per gradire.
Compiuto l'ordine scrupolosamente, Giosuè tira dritto sterminando anche la città di Azor, la capitale di quella zona, e i temibili Anakiti, "uomini alti come giganti".
La sua arma segreta? Personalmente non ho dubbi: bomboloni di Raid in quantità industriale.

lunedì 8 ottobre 2012

Il flop dei Fantastici Cinque

I cinque re amorrei: un quintetto
che ha fatto flop in una sola giornata
Non so se i cinque re amorrei Adoni-Zedek, Oam, Piream, Iafia e Debir, a capo di altrettante città (Gerusalemme, Ebron, Iarmut, Lachis e Eglon), fossero dichiaratamente gay o grandi esperti di stile e buone maniere come i Fantastici Cinque.
Certo è che se il quintetto del programma di La7 ha avuto una sopravvivenza televisiva piuttosto limitata (appena un paio di stagioni, dal 2003 al 2004), il quintetto amorreo si è reso protagonista di un flop ben più immediato e clamoroso, raccontato al capitolo 10 del libro di Giosuè.
Ignoro se i cinque re ne sapessero qualcosa di bon ton e carinerie, dicevo; risulta invece subito lampante che, quanto a strategia bellica e valutazione dell'avversario, non ne capiscono un'emerita mazza. Solo a degli sprovveduti, infatti, può venire in mente di andare ad attaccare gli abitanti di Gabaon, che molto più saggiamente hanno deciso di allearsi con Giosuè e il popolo israelita, protetto da un certo Signore che ha ampiamente dimostrato di poter distruggere ogni avversario. L'esito della battaglia - va da sé - non è mai in discussione. E Dio, come ormai d'abitudine, ci mette del suo con quel tantinello di crudeltà tipica del gatto che gioca con il topo.
"Quando gli amorrei fuggivano lungo la discesa di Bet-Oron, il Signore fece cadere su di loro chicchi di grandine grossi come sassi, fin quando non arrivarono ad Azeka. Ne uccise più la grandine che la spada degli israeliti".
Tanto per prolungare il divertimento, Giosuè pensa bene di chiedere un altro aiutino miracoloso: "Sole, fermati su Gabaon!". Detto fatto, la luce del giorno continua a splendere per molte ore, in modo da consentire agli israeliti di proseguire a piacere la mattanza.
I (mica tanto) Fantastici Cinque tentano disperatamente di nascondersi infilandosi in una grotta a Makkeda. Giosuè, avvisato dai suoi soldati, fa chiudere l'ingresso della grotta con svariati macigni, mette un manipolo di uomini a piantonare il posto, e poi se ne va bel bello a sterminare un altro po' di amorrei. Di ritorno alla grotta, chiude in bellezza questa lunga giornata di allegro massacro. "I cinque re [...] furono trascinati fuori e condotti da Giosuè. Egli fece radunare tutti gli israeliti e ordinò ai comandanti che lo avevano seguito in guerra: "Venite vicino e calpestate questi re! Passate sul loro collo!". Così fecero".
No, non è ancora finita. "Poi uccise i cinque re. Fece appendere i loro cadaveri a cinque alberi e li lasciò appesi là fino a sera. Al tramonto Giosuè comandò di toglierli dagli alberi e di gettarli nella grotta dove erano andati a nascondersi. L'entrata della caverna fu chiusa con un mucchio di pietre. Quel mucchio è ancora là".
Prima considerazione: questa zona della Palestina è piena di mucchi di pietre (ricordate cos'era successo ad Ai e allo sciagurato Acan?). Se passate di là, state attenti a non inciampare.
Seconda considerazione: tutti i quintetti non sono destinati a lunga fortuna. Qualche anno per i Take That e le Spice Girls, ancora meno per i Back Street Boys o i Five. Ma i Fantastici Cinque (gli amorrei, non quelli di La7) sono di certo il quintetto meno longevo e più sfigato della storia.

martedì 11 settembre 2012

Braveheart non abita a Gabaon


Il coraggio di Braveheart
non è di moda a Gabaon

Possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà!”. Così l’impavido condottiero William Wallace/Mel Gibson arringa l’esercito degli straccioni scozzesi ad immolarsi contro l’armatissima armata inglese.
Gran bel discorso patriottico! - pensano i valorosi guerrieri delle highlands, che iniziano a urlare come ossessi preparandosi allo scontro finale.
Gran bel discorso del cazzo! - avrebbero pensato invece i cittadini di Gabaon. Altro che libertà: meglio una dignitosa e lunga vita da schiavi boscaioli, che un'eroica e rapidissima morte sul campo di battaglia.
Questa è la saggia filosofia che spinge gli abitanti di Gabaon a non ripetere l'errore commesso dai loro vicini di Gerico e di Ai, sterminati fino all'ultimo provando ad opporsi all'esercito di Giosuè. Come evitare l'inevitabile, dato che i soldati israeliti sono ormai vicinissimi e il Signore ha ordinato loro di conquistare e radere al suolo ogni città sul loro cammino? Gli ingegnosi Gabaonesi - sempre che si chiamino così - mettono a punto uno stratagemma. Si travestono come se avessero percorso migliaia e migliaia di chilometri, vestendo abiti e sandali logori e caricando sacche e otri vuoti sugli asini, e vanno all'accampamento israelita di Calgala (Libro di Giosuè, capitolo 9). Una volta al cospetto di Giosuè, la buttano sul patetico: "Vogliamo essere vostri servitori e vi chiediamo di fare con noi un trattato di alleanza. Guardate il nostro pane! Quando siamo partiti da casa era ancora caldo; ora è secco e sbriciolato. I nostri otri, quando li abbiamo riempiti, erano nuovi; vedete come sono ridotti. I nostri vestiti e i nostri sandali sono consumati per il lungo viaggio che abbiamo fatto".
Giosuè, che in fondo è un buon uomo, si lascia convincere. "E così si impegnò a lasciarli vivere in pace. I capi della comunità confermarono l'accordo con un giuramento". E se sei un israelita e hai giurato, amico mio, sei fregato irrimediabilmente. Così, tre giorni dopo, Giosuè e i suoi percorrono i pochi chilometri che li separano da Gabaon e scoprono di essere stati raggirati dai suoi scaltri abitanti, ma non possono giustiziarli come vorrebbero: "Ci siamo impegnati nel nome del Signore perciò non possiamo far loro del male. Dobbiamo lasciarli in vita e mantenere la parola data, altrimenti Dio ci punirà". A Giosuè non resta che infliggere loro una condanna alla sottomissione eterna: "li rese schiavi e li obbligò a spaccar legna e portar acqua per il popolo e per l'altare del Signore nel luogo che il Signore avrebbe scelto. Ed essi continuano a farlo ancor oggi". Schiavi e boscaioli, ma vivi e vegeti. Alla faccia di Braveheart, crepato per il suo coraggio.

martedì 28 agosto 2012

Ahi Ahi Ahi Ai!

La città di Ai fu incendiata e distrutta
Ritrovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato è di certo una grande sventura. Ma essere un posto sbagliato nel momento sbagliato è probabilmente una sventura ancora peggiore.
Per capire cosa intendo, provate a cercare con Google Maps, dalle parti della Palestina, la città di Ai. Non la trovate? Appunto. Come si narra nel capitolo 8 del libro di Giosuè, "della città di Ai, che Giosuè fece bruciare e radere al suolo, rimane soltanto un cumulo di rovine abbandonate".
E dire che, solo poco tempo prima, i suoi cittadini avevano facilmente costretto alla fuga gli assedianti israeliti, che per colpa di Acan non avevano Dio dalla loro parte. Una volta giustiziato il colpevole, però, il Signore perdona il suo popolo e ordina a Giosuè di tornare all'attacco: "Dovrete trattare Ai e il suo re come Gerico e il suo re - che, come forse ricorderete, non erano stati trattati con particolare gentilezza; ma questa volta potrete prendere per voi il bottino e il bestiame". Dio sembra quasi voler prendere in giro anche da morto il reietto Acan, lapidato con tutta la famiglia proprio per essersi preso parte del bottino.
La tattica impostata da Giosuè per la battaglia è un'imboscata in piena regola: finge di avvicinarsi nuovamente alla città con poche migliaia di soldati, attirando così fuori dalle mura il re e l'esercito di Ai, convinti di poter inseguire e scacciare gli israeliti come la volta precedente; nel frattempo, però, il grosso dell'esercito di Giosuè, nascosto dalla parte opposta, entra comodamente tra le mura sguarnite di Ai e incendia la città. "Così gli uomini di Ai si trovarono accerchiati e furono uccisi. Non se ne salvò nemmeno uno, eccetto il re di Ai, che fu catturato vivo e portato da Giosuè. Gli Israeliti, dopo aver ucciso in aperta campagna tutti i soldati che avevano inseguito verso il deserto, tornarono nella città e uccisero tutti gli abitanti. Quel giorno fu sterminata tutta la popolazione di Ai, uomini e donne: circa dodicimila persone".
L'ormai proverbiale clemenza divina trova un nuovo fulgido esempio. E se foste un pochino delusi per il fatto che il re sia stato risparmiato, non angustiatevi più di tanto. Giusto il tempo di arrivare al paragrafo successivo: "Giosuè fece impiccare ad un albero il re di Ai e il suo cadavere restò appeso fino a sera. Al tramonto, per ordine di Giosuè, gli Israeliti lo tolsero dall'albero. Lo gettarono all'ingresso della città e lo seppellirono sotto un grande mucchio di pietre. Quel mucchio è ancora là". Vicino all'altro mucchio di pietre, cenere e polvere ancora più grande, quello della città.
E se vi ritrovate a passare da quelle parti, potreste sentire il vento fischiare tra le pietre e il cielo terso una malinconica canzone messicana, per ricordare il triste destino della città di Ai, del suo re, e dei suoi dodicimila abitanti....

giovedì 9 agosto 2012

Tatadìo alla riscossa

Tornano le punizioni esemplari di Tatadìo
Gerico è conquistata, tutti i suoi abitanti sono stati sterminati a dovere, ad eccezione della prostituta Rab e della sua famiglia per il prezioso aiuto fornito alle spie israeliane (vedi qui).
Il Signore, insomma, dovrebbe essere più che compiaciuto per le imprese del suo popolo ubbidiente.
Peccato che qualcuno si creda più furbo degli altri e rovini l'idillio.
L'israelita monello che mette nei guai tutti gli altri è Acan. Nel capitolo settimo del libro di Giosuè scopriamo che questo discendente della tribù di Giuda - e ti pareva...- ha tradito il patto di obbedienza con Dio: anziché gettare nel fuoco sacro tutte le ricchezze di Gerico, si è tenuto per sé parte del bottino (un mantello babilonese, duecento pezzi d'argento e un pezzo d'oro da oltre mezzo chilo), e ha nascosto il malloppo in un buco nella sua tenda.
Gli Israeliti, ignari del misfatto, se ne partono baldanzosi alla conquista di un'altra piccola città, Ai, convinti di cavarsela comodamente avendo Dio dalla loro parte. Ma i tremila soldati, a sorpresa, incappano in una sonora sconfitta: 36 vengono uccisi, gli altri sono messi in fuga.
Giosuè chiede conto al Signore del mancato sostegno, e il mistero è svelato: "Gli Israeliti hanno peccato. [...] Hanno osato prendere per sé qualcosa che doveva essere distrutto. L'hanno rubato e l'hanno nascosto tra i propri bagagli. Per questo gli Israeliti non possono più resistere ai nemici".
Come rimediare a una marachella tanto grave ? I lettori affezionati immagineranno già la risposta: qui ci vuole Tatadìo con le sue punizioni esemplari.  Detto fatto, il Signore dispone il castigo: "Quell'uomo che sarà indicato come possessore degli oggetti proibiti sarà bruciato con moglie e figli e tutto quel che gli appartiene". Mi pare equo.
Il mattino seguente Acan viene messo alle strette e confessa la sua colpa. L'epilogo è inevitabile. "Tutti gli Israeliti scagliarono pietre constro Acan e la sua famiglia, fino a farli morire". Basta così, direi.
"Poi bruciarono tutte le sue cose e vi gettarono sopra un mucchio di pietre"Giusto, giusto: s'era detto di bruciarli, non sarebbe stato carino rimangiarsi la parola data. A posto così, no?
"Ricoprirono i resti di Acan con un altro mucchio di pietre che è ancora là".
Qualcos'altro?
"Dopo questi fatti lo sdegno del Signore contro Israele cessò".
Ah, ecco. Alla fine bastava così poco...

martedì 10 luglio 2012

Altro che Munch

L'urlo degli Israeliti a Gerico
supera quello di Munch
Preparatevi a rivedere la vostra classifica personale dell'urlo più riuscito della storia - chi non ne ha una?
Molti di voi, probabilmente, avranno una graduatoria che comprende sul podio le modulazioni ululanti di Tarzan, il grido di terrore di Janet Leigh sotto la doccia in Psyco, l'esultanza incontenibile di Tardelli in Germania-Italia 1982.
Tutti urli degni di nota, non c'è che dire.
Ma l'esercito di Israele guidato da Giosuè, al capitolo 6 dell'omonimo libro, li mette tutti a tacere con una performance straordinaria.
Seguendo le istruzioni di Dio, per sei giorni consecutivi l'armata che sta assediando Gerico fa il giro della mura attorno la città, ogni giorno per sei volte, mantenendo sempre il più completo silenzio; fa eccezione il suono della tromba in cui soffiano i sacerdoti che scortano l'arca dell'alleanza.
E quando si tira in ballo l'arca, ragazzi, non c'è mai da stare tranquilli...
La conferma arriva puntuale al settimo giorno.
"Solo quel giorno i giri furono sette. Al settimo giro i sacerdoti suonarono le trombe e Giosuè disse: Ora lanciate il grido di guerra! [...] Al segnale delle trombe e al tremendo urlo del popolo le mura di Gerico crollarono su se stesse".
Non saprei quantificarvi i decibel necessari a provocare il crollo di un muro di cinta, ma a occhio e croce deve essere un livello che fa incasinare ben bene le lancette dei contatori.
Una volta rase al suolo le mura, i soldati israeliti sono liberi di dare l'assalto alla città. Come da tradizione, il Signore raccomanda clemenza e morigeratezza.
"Essi applicarono la legge dello sterminio: uccisero uomini e donne, giovani e vecchi; ammazzarono anche i buoi, i montoni e gli asini". Ecco, appunto.
Ma che colpa avranno mai avuta, poi, i poveri somarelli? Sospetto che nei giorni precedenti gli abitanti di Gerico avessero esposto fuori dalle mura uno striscione che riportava la classica scritta irridente "ASINO CHI LEGGE". Da questa provocazione, forse, è scaturita la reazione dimostrativa degli Israeliti, una volta entrati in città.
L'autore biblico, però, non ne dà conferma, e la mia ipotesi resta tale. Liberi o meno di condividerla.
ASINO CHI NON CONDIVIDE.

martedì 19 giugno 2012

Il mistero dei piedi

Giosuè, su ordine del capo dell'esercito
del Signore, si mette a piedi nudi. Perchè?
Era da un bel po' che non capitava, direi dai primi capitoli dell'Esodo. Finalmente il Libro di Giosuè torna a regalarci n passaggio indecifrabile e inquietante, di quelli che farebbero impazzire Roberto Giacobbo.
Siamo al capitolo 5 quando Giosuè, ormai vicino a Gerico, fa un incontro inatteso.
"Vide di fronte a sé un uomo con la spada in pugno. Gli andò incontro e gli domandò: Sei dei nostri oppure un nemico? Egli rispose: Né uno dei vostri né un nemico. Sono il capo dell'esercito del Signore, e ora vengo ad aiutarti".
Giosuè gli crede sulla parola, e si prostra immediatamente con il volto a terra.
Mettiamoci nei suoi panni, del resto: arriva un tizio aitante ed armato, dice di essere mandato da un Signore che si è mostrato spesso e volentieri temibile e vendicativo. Nel dubbio, meglio mostrarsi subito accondiscendenti. E poi, visto che Dio stesso ha ordinato di conquistare Gerico e la Terra Promessa, magari il suo guerriero può svelare la strategia militare che porterà alla vittoria...
"Quali sono i tuoi ordini?", chiede speranzoso Giosuè.
Ecco, ci siamo: il generale dell'armata divina è pronto a guidare l'avanzata decisiva.
"Il capo dell'esercito del Signore rispose: Togliti i sandali dai piedi perché questo luogo è sacro".
Non so voi, ma io probabilmente, con tutta la deferenza del caso, a questo punto avrei chiesto: "Va bene, generale... e poi? Non aveva detto, eminentissimo comandante, che veniva per aiutarmi?"
Giosuè, invece, preferisce obbedire senza chiedere alcunché.
"E così fece Giosuè".
Punto.
Il passo biblico termina così, con il condottiero d'Israele a piedi scalzi alle porte di Gerico.
Resta un interrogativo irrisolto e lacerante. Perché?
Che i suoi piedi fossero particolarmente puzzolenti, e potessero essere usati come arma batteriologica contro gli abitanti della città da assediare? O forse i piedi nudi avrebbero conferito maggior presa nella scalata delle mura di Gerico durante l'assalto? O ancora, il dolore provocato dai sassi appuntiti sotto i piedi avrebbe costretto Giosuè a muoversi in maniera veloce e scattosa, aiutandolo ad evitare le frecce scagliate dalle sentinelle di Gerico?
In mancanza di indicazioni esplicite dell'autore biblico, mi appello a voi attraverso il sondaggio (colonna a destra dello schermo, sotto la foto di Totò) Grazie a chi vorrà dare il suo contributo con un clic.

venerdì 8 giugno 2012

La sbucciatura dei piselli

Giosuè deve scapocchiare
una generazione di piselli
Giosuè si prepara a guidare il suo popolo alla conquista della Terra Promessa. Prima, però, il Signore esige un piccolo - ma alquanto doloroso, immagino - pegno collettivo: una bella circoncisione di massa di tutti i maschi israeliti.
Dio ordina a Giosuè (Libro di Giosuè, capitolo 5) di procurarsi un numero congruo di pietre affilate per compiere il rito, che non era più stato celebrato dall'inizio della quarantennale traversata del deserto.
C'è una generazione intera di piselli da scapocchiare: quelli di tutti i maschi nati fuori dall'Egitto. Il rito sulla collina di Aralot si trascina per le lunghe, poi a tutti i circoncisi è concesso "un giorno di riposo nell'accampamento, per lasciar guarire la ferita". Mi pare il minimo sindacale.
Proprio come il lecca-lecca che ti dà il pediatra dopo il vaccino, gli israeliti per la loro stoica resistenza al dolore, da bravi ometti coraggiosi, ricevono in cambio una ricompensa golosa: "il giorno dopo la Pasqua, per la prima volta mangiarono i prodotti di quella terra: pani non lievitati e grano abbrustolito. Da quel giorno, quando per la prima volta mangiarono i frutti della terra, la manna cessò. Così, da allora in poi, gli israeliti cominciarono a cibarsi dei prodotti della terra di Canaan".
L'autore biblico non specifica se tra questi prodotti ci fossero anche i piselli. Sarebbe stato alquanto ironico.

giovedì 24 maggio 2012

Piccoli maghi crescono

Giosuè inizia a prendere confidenza
con i miracoli
Giosuè sarà pure un valoroso guerriero, ma per ora agli occhi degli Israeliti è ben lontano dall'autorevolezza e dal carisma del suo predecessore Mosè, un supereroe a pieno titolo, con tanto di bacchetta magica e superpoteri.
Il Signore decide che è finalmente il momento, per il nuovo condottiero, di abbandonare i panni del bravo massaio e di cominciare a stupire il suo popolo con un po' di effetti speciali (Libro di Giosuè, capitolo 3).
"E il Signore disse a Giosuè: Oggi comincerò a far crescere in tutto il popolo la stima per te. Gli Israeliti devono sapere che io sarò con te proprio come sono stato con Mosè". Per riuscire nel suo intento, Dio ricorre al miracolo che forse aveva riscosso maggior successo tra quelli esibiti da Mosè: la divisione delle acque.
In quella circostanza, l'Onnipotente si era forse lasciato prendere la mano e aveva un tantinello esagerato, scatenando la furia del megasciacquone del Mar Rosso, che aveva inghiottito il re egiziano e tutto il suo esercito. Stavolta si dimostra più misurato. Al posto di un mare intero, Dio fa dividere a Giosuè le acque del fiume Giordano, una volta tanto senza ammazzare nessuno: nel fiume in piena si creano due muraglie d'acqua che lasciano scoperto e asciutto il greto giusto giusto il tempo necessario a far passare da una sponda all'altra i quarantamila componenti dell'esercito israelita. Dal letto del Giordano temporaneamente prosciugato, Giosuè fa raccogliere ai rappresentanti delle dodici tribù altrettante pietre, facendole quindi portare in mezzo al nuovo accampamento dall'altra parte del fiume: "In avvenire i figli chiederanno ai loro padri il significato di queste pietre - spiega al suo popolo -. Essi racconteranno loro che qui Israele ha attraversato il Giordano a piedi asciutti". E senza bisogno dei brevetti delle scarpe Geox.
Il trucco sarà anche vecchio, ma se ben eseguito fa sempre la sua porca figura: non solo, da quel giorno, "tutti mostrarono un gran rispetto per lui, come avevano rispettato Mosè", ma per di più "tutti i re amorrei a ovest del Giordano e i re cananei della costa cennero a sapere che il Signore aveva prosciugato le acque del Giordano davanti agli Israeliti per farli passare. Tanta fu la paura che rimasero senza fiato di fronte agli Israeliti".
Il "piccolo mago" Giosuè sta crescendo, e il timore dei nemici nei suoi confronti si fa sempre più enorme.

martedì 15 maggio 2012

Da Gerico con amore

001 e 002 in missione
a Gerico... con amore
Dopo essersi dimostrato un massaio previdente, Giosuè si conferma un uomo prudente anche nell'impostare la sua strategia militare: prima di partire all'attacco del nemico per conquistare la Terra Promessa, il nuovo comandante della truppa invia due spie in avanscoperta dalle parti di Gerico.
Come si chiamino questi due tizi, non ci è dato di sapere. Resta da capire se l'anonimato sia imposto dal loro ruolo di spie (del resto, potremmo definirli gli agenti 001 e 002 nella storia del Mossad), o se sia determinato dalla loro totale irrilevanza: se due vite devono essere sacrificate alla causa, meglio che appartengano a due idioti qualunque.
001 e 002, comunque, tanto idioti poi non sono. "Giunti in città, i due andarono ad alloggiare in casa di una certa Raab, che era una prostituta".  E' uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare. E poi, se quel marpione di James Bond spedisce sfacciatamente i suoi report all'Intelligence della Corona Britannica dalla Russia "con amore", non vedo perché questi due disgraziati non possano fare altrettanto.
La situazione rischia di precipitare quando il re di Gerico riceve una soffiata, e manda delle guardie a bussare alla porta della nobil donzella: "Gli uomini che sono entrati in casa tua sono delle spie. Falli uscire".
Tutto sembra perduto per i nostri agenti segreti. Ma Raab, sorprendentemente, decide di coprirli: "Sì, è vero, sono passati qui da me due uomini; ma non so da dove venivano. Al tramonto, quando stava per chiudersi la porta della città, sono usciti senza dirmi dove sarebbero andati. Se li inseguite subito, li potrete raggiungere". Raab invece li aveva fatti salire sulla terrazza e li aveva nascosti sotto un mucchio di steli di lino.
Noto per inciso che questi steli dovevano essere davvero tanti per coprirli a dovere, dato che - wikipedia m'insegna - il lino è una "pianta erbacea alta tra i 30 e i 60 centimetri con fusto eretto molto fragile". O forse 001 e 002 erano due nani, ipotesi da non scartare. Un dubbio s'insinua comunque nel lettore: sarà stato l'amore a intenerire il cuore di Raab? Niente da fare, quanto a fascino e seduzione, 001 e 002 insieme non valgono un solo 007. "Qui a Gerico siamo terrorizzati e anche gli altri abitanti della regione hanno una gran paura di voi. Abbiamo infatti saputo che il Signore ha prosciugato le acque del mar Rosso davanti a voi, quando siete usciti dall'Egitto. Sappiamo anche che al di là del Giordano avete sterminato i due re amorrei Sicon e Og". Altro che arti seduttive: Raab la prostituta ha semplicemente una fifa troia, teme per sé e per i propri cari. Propone quindi un patto alle spie israelite: "Io sono stata leale con voi. Ora giuratemi, per il Signore, che anche voi tratterete con benevolenza sia me, sia la mia famiglia". I due acconsentono: "Quando noi entreremo nel vostro territorio, tu legherai questa cordicella di filo rosso alla finestra dalla quale ci hai fatti scendere; farai venire in casa tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli e tutti i tuoi parenti. Se qualcuno uscirà di casa e verrà ucciso, non sarà colpa nostra ma sua. Noi saremo responsabili solo della vita di chi sta in casa".
001 e 002 ritornano dunque sani e salvi da Giosuè: si chiude con successo la missione "da Gerico con amore". A pagamento, ma pur sempre amore.

venerdì 6 aprile 2012

Un nuovo (nonsuper)eroe

L'ingresso sulla scena di Giosuè
è degno di Medioman
Morto un papa se ne fa un altro, oggi. E la procedura del conclave può essere lunga, tormentata e tribolata, con diversi candidati alla successione. Ai tempi dell'Antico Testamento, invece, tutto era molto più semplice: decideva direttamente Dio, senza bisogno di discussioni e invocazioni allo Spirito Santo per cercare di interpretare la sua volontà.
L'attacco del libro di Giosuè, sesto testo biblico, dimostra come la successione  - peraltro già stabilita da tempo - abbia effetto immediato.
"Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore disse a Giosuè, figlio di Nun e aiutante di Mosè: Il mio servo Mosè è morto. Ora preparati ad attraversare il fiume Giordano con tutto il popolo d'Israele e va' nella terra che sto per darvi".
Israele ha quindi subito un nuovo condottiero, un nuovo eroe. E fremiamo tutti nell'attesa di vederlo all'opera. Certo, ha già dimostrato di essere un valente guerriero sul campo di battaglia contro gli Egiziani. Ma adesso che è "il prescelto", ci aspettiamo qualcosa di davvero sensazionale, un colpo di teatro ad effetto.
Del resto,deve dimostrare di essere un supereroe al pari del suo predecessore Mosè, che aveva immediatamente strabiliato tutti con i suoi poteri sovrannaturali, prima di raggiungere l'apice della magnificenza durante la traversata del Mar Rosso.
Ebbene, quale sarà il mirabolante ingresso ufficiale sulla scena di Giosuè?
Rullo di tamburi.
"Allora Giosuè comandò ai responsabili del popolo di passare in mezzo all'accampamento e di dare quest'ordine: Fate provvista di viveri, perché fra tre giorni attraverseremo il fiume Giordano".
Ebbene sì. Non ci troviamo di fronte alla forza selvaggia e incontenubule di Hulk, né ai supersensi-ragno di Spiderman, e nemmeno alle arachidi magiche e al pigiama in flanella rossa di Superpippo.
Giosuè, il nuovo eroe, non è affatto super.
E' una massaia previdente e di buon senso, e raccomanda al suo popolo di fare la spesa prima di partire, perché gli autogrill non sono ancora stati inventati.
Ci aspettavamo Superman, è arrivato Medioman.
E piantatela con quei tamburi, che ci sono quintali di frumento da caricare!

lunedì 12 dicembre 2011

La Settimana del Colesterolo

Ecco come appariva il cuore di un
Israelita dopo la Festa delle Capanne
Dopo la faticaccia di avere contato uno per uno tutti gli Israeliti, Dio e il narratore biblico sembrano prendersi un po' di pausa per tirare il fiato. In questo intermezzo, veniamo informati che anche le figlie femmine, in mancanza di maschi, hanno diritto all'eredità paterna (è una precisa indicazione del Signore, che una volta tanto si dimostra dunque a favore dell'emancipazione femminile). Veniamo inoltre a sapere che manca poco alla morte di Mosè: Dio ha già scelto Giosuè come suo successore alla guida del popolo eletto (Numeri, capitolo 27).
Viene poi fissato un lungo e dettagliato tariffario in sacrifici animali che abbina con precisione ogni singola festa religiosa ad un esatto numero di tori, montoni capri, e agnelli da sgozzare (capitoli 28 e 29). Cambiano le stagioni, ma il menu è in effetti un po' monotono. Tanto per rendere l'idea, ecco quanto prescritto solo per la settimana della Festa delle Capanne, il miglior esempio possibile di quanto si verifica anche nelle altre festività: al primo giorno, Dio reclama un sacrificio di 13 tori, 2 montoni, 14 agnelli, 1 capro; al secondo giorno, 12 tori, 2 montoni, 14 agnelli, 1 capro; al terzo, 11 tori, 2 montoni, 14 agnelli, 1 capro; al quarto, 10 tori, 2 montoni, 14 agnelli, 1 capro; al quinto, 9 tori, 2 montoni, 14 agnelli, 1 capro; al sesto, 8 tori, 2 montoni, 14 agnelli, 1 capro; al settimo, 7 tori, 2 montoni, 14 agnelli, 1 capro; ottavo e ultimo giorno, 1 toro, 1 montone, 7 agnelli, 1 capro. In totale, in otto giorni, vengono quindi offerti in sacrificio al Signore qualcosa come 71 tori, 15 montoni, 8 capri e ben 105 capri. Tutti maschi, di un anno e senza difetti, ça va sans dire.
L'autore biblico non lo specifica, ma mi auguro che al nono giorno siano previsti un passato di verdura scondito e delle analisi del sangue per dare un'occhiata al colesterolo, che non si sa mai...

mercoledì 5 ottobre 2011

Quella sporca dozzina

Mosè manda 12 capi tribù
ad esplorare la Terra Promessa
Il Signore ordina a Mosè di inviare una squadra scelta in avanscoperta nella Terra Promessa (Numeri, capitolo 13). Per comporre il manipolo di arditi, il patriarca sceglie un uomo tra i capi di ogni tribù.
A leggere i nomi  - al solito decisamente bizzarri - la Sporca Dozzina potrebbe benissimo essere un gruppo di spietati terroristi, una squadra di trapezisti del Circo Togni o una formazione  di giovani giocatori mediorientali pescati a caso tra le Nuove Leve di Pro Evolution Soccer. La truppa è composta da Sammua, Safat, Caleb, Igheal, Osea, Palti, Gaddiel, Gaddi, Ammiel, Setur, Nacbi, Gheuel. Personalmente, do credito all'ipotesi dei trapezisti. Nell'occasione, Mosè d'autorità cambia il nome di Osea, che d'ora in avanti diverrà Giosuè - un editor serio farebbe notare all'autore che in verità Giosuè ci è già stato presentato con questo nome nell'Esodo, ma ormai siamo abituati a simili incongruenze...
I nostri eroi esplorano per quaranta giorni il territorio indicato da Dio, ma al loro ritorno forniscono un resoconto contrastante. Mentre infatti Giosuè e Caleb sottolineano gli aspetti positivi ("E' una terra dove scorre latte e miele"), gli altri si dimostrano allarmati e timorosi di non avere la forza per la conquista ("E' una terra che fa morire quelli che vi abitano, e laggiù abbiamo visto tutta gente alta di statura, anche i giganti discendenti da Anak. Di fronte a loro sembravamo formiche").
Come prevedibile, il popolo attacca con nuovi lamenti e proteste nei confronti di Dio, Mosè e Aronne; e quando Giosuè e Caleb tentano di convincere gli Israeliti a partire comunque all'attacco con fiducia, perché il Signore è con loro, per tutta risposta la gente prende dei sassi e si prepara a lapidarli.
Ahi ahi, un altro brutto capriccio dei figli Israeliti. Puntuale, arriva Tatadìo con le sue punizioni esemplari: "Morirete tutti in questo deserto[...]. Giuro che non entrerete nella terra dove avevo promesso di farvi abitare. Gli unici ad entrarvi saranno Caleb e Giosuè [...]. I vostri figli saranno nomadi per quarant'anni nel deserto, dietro ai loro greggi. Porteranno le conseguenze delle vostre infedeltà finché l'ultimo di voi non sarà morto. Avete impiegato quaranta giorni, per compiere l'esplorazione: pagherete le conseguenze dei vostri peccati per quarant'anni. A ogni giorno corrisponderà un anno. Imparerete così che cosa vuol dire opporsi a me". Intransigente ma mai eccessiva: questa sì che è una tata coi fiocchi!
Si mette male per la Sporca Dozzina. Dieci su dodici muoiono all'improvviso, come fulminati; dopo di loro, tutti gli adulti dai vent'anni in su sono condannati a morire uno dopo l'altro nei successivi quarant'anni. Ma non era meglio mettere su una squadra di trapezisti?

mercoledì 27 aprile 2011

Mosè Potter

Mosè nell'Esodo
ha un 'bastone magico' ultrapotente
Secondo Freud è un simbolo fallico di dominazione. Gli Egizi e altri popoli antichi la utilizzavano nei rituali religiosi contro gli spiriti maligni. Mosè è probabilmente il primo eroe della letteratura che ne fa un utilizzo così frequente e importante. Sto parlando della bacchetta magica, naturalmente, che nell'Esodo abbiamo già incontrato più volte sotto forma di bastone (vedi qui e qui).
L'arma divina affidata al condottiero del popolo eletto si rivela fondamentale nello scontro tra gli Ebrei, guidati per la prima volta sul campo di battaglia da Giosuè, e gli Amaleciti, che nel capitolo 17 hanno avuto la malsana idea di attaccarli.
Seguendo le istruzioni di Dio, Mosè si posiziona su un'altura per dominare il teatro del combattimento. Aiutato da Aronne e Cur, solleva il pesantissimo bastone, assicurando così una forza straordinaria ai guerrieri Ebrei che annichiliscono i loro nemici. I suoi ottanta e passa anni però si fanno sentire: appena il vecchierello abbassa la verga per tirare il fiato e riposare le braccia, gli Amaleciti prendono il sopravvento.
Con grande fatica, aiutato dai suoi due assistenti, Mosè riesce a tenere sollevato il bastone fino al tramonto, consentendo così a Giosuè e ai suoi soldati di uccidere tutti i nemici. Ancora una volta, come contro gli Egiziani, il Dio guerriero si dimostra dunque invincibile e spietato.
Neanche il malvagissimo e temibilissimo Voldemort potrebbe alcunché contro Mosè Potter e la sua formidabile bacchetta.