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| Giacobbe, un Padrino in vita e in morte |
L'uguaglianza tra gli uomini è una mera utopia. Non nasciamo tutti nelle stesse condizioni, non viviamo tutti allo stesso modo, e coerentemente nemmeno quando tocca lasciare questo mondo lo facciamo tutti alla stessa maniera. C'è morte e morte. E quella di
Giacobbe, che di fatto
chiude il primo libro della Bibbia, ovvero la
Genesi, è senz'altro una
morte extralusso, degna di un vero
Padrino.
Che Giacobbe fosse un tipo al di sopra della massa, del resto, lo si era già ampiamente capito (vedi
questo post e i successivi). Lo conferma l'
accoglienza trionfale che riceve in
Egitto da parte del
faraone (capitolo
47), che lo tratta con grande deferenza perché è il padre del suo stimatissimo
viceré,
Giuseppe: il vecchio patriarca, i suoi figli, nuore e nipoti possono stabilirsi a loro piacere nel territorio di
Gosen, il più fertile dell'Egitto, dove conducono un'esistenza serena e florida.
A
147 anni suonati, Giacobbe sente che ormai la sua lunga vita sta giungendo al termine. Convoca quindi il suo prediletto Giuseppe per esprimergli le sue
ultime volontà: "
Metti ora la tua mano sotto la mia coscia e promettimi che non mi seppellirai in Egitto". Chiariamo subito a scanso di equivoci: questa storia della mano sotto la coscia, che letta così suona come un inquietante approccio sessuale, pare sia semplicemente un gesto che nella cultura giudaica dell'epoca accompagnava i
giuramenti solenni. E in effetti Giuseppe, tastandogli le cosce, giura al padre che
lo seppellirà nel sepolcro dei suoi antenati, ricevendo in cambio la benedizione paterna. Ma è solo la prima delle
benedizioni ante-mortem del Padrino: la seconda (capitolo
48) è riservata ai
figli di Giuseppe,
Manasse ed Efraim. Dimostrandosi ancora scaltro nonostante l'età e la malattia, Giacobbe decide deliberatamente di
incrociare le mani, impartendo la sua benedizione con la
destra (la più importante) al
nipote minore Efraim anziché al maggiore Manasse: in questo modo rinnova a due generazioni di distanza quello che lui stesso era riuscito a fare "rubando" al fratello maggiore Esaù la benedizione del babbo Isacco (vedi
qui).
Per finire in grande stile (capitolo
49), Giacobbe convoca quindi
tutti i suoi 12 figli, a ciascuno dei quali riserva un breve verso che è una via di mezzo tra una
benedizione e una
profezia alla Nostradamus, gravida di
metafore e
allusioni: particolarmente curiosi i pensieri rivolti a
Giuda (
"Sei come un giovane leone che ha ucciso la sua preda e torna alla sua tana, come una leonessa sdraiata e accovacciata: chi oserà farti alzare?"),
Issacar (
"E' come un asino robusto gravato dalle ceste") e
Beniamino (
"E' come un lupo rapace che al mattino caccia le prede e alla sera divide le spoglie"). Roberto Giacobbo, illuminaci tu!
Una volta esalato l'ultimo respiro, Giacobbe viene
imbalsamato (specialità della casa: ecco il vantaggio di morire in Egitto...), e in tutto il Paese si proclama un
lutto di 70 giorni, al termine dei quali Giuseppe guida il
corteo funebre per andare a seppellirlo in Palestina, come aveva giurato: oltre ai fratelli, lo accompagnano
tutti i dignitari dell'Egitto, i funzionari del faraone, carri da guerra e cavalieri. Il Padrino Giacobbe è morto e sepolto.
Il suo erede,
Giuseppe, muore a
110 anni, viene a sua volta
imbalsamato ma il suo corpo rimane in un sarcofago in
Egitto, senza essere portato nella terra dei suoi padri come avrebbe voluto. Poco da fare, il vero Padrino è uno solo. La
Genesi è finita. Avanti con l'
Esodo, per chi avrà tempo e voglia di seguirmi...